Memorie aragonesi della masseria “Zundrano”

La Masseria “Lo Zundrano”

Situata sull’asse viario che dalla costa adriatica porta al capoluogo salentino, la Masseria Zundrano o “Lo Zundrano”, deve il suo nome da quello del suo originario costruttore, tal Messer Nuzzo Andrano (che all’epoca si doveva pronunciare nel locale dialetto come: ‘Nzu ‘Ndranu), più volte Sindaco di Lecce dal 1479 al 1495 ed ambasciatore del Re di Napoli Ferrante/Ferdinando I d’Aragona presso il sultano di Costantinopoli Bayezid II (lo Gran Turco, come, vedremo, lo chimava il Re).

Ritratto del Sultano Bayezid II dell’Impero Ottomano

Incuriosito da tale investitura e, visto che stiamo parlando proprio del periodo della guerra d’Otranto contro i Turchi, ho cercato (per non poco tempo) informazioni ed eventuali immagini che potevano ritrarre il suddetto Sindaco e ambasciatore “aragonese” della nostra città. Ebbene, in numero della rivista “Aracne” edita dalla pro-loco di Galatina, scopro che un ritratto di Nuzzo Andrano era stato copiato dal noto artista e studioso Pietro Cavoti (Galatina, 1819–1890) in uno dei suoi numerosi viaggi tra i palazzi nobiliari borbonici, e che tale copia doveva essere conservata nella collezione delle opere del Cavoti presso l’omonimo Museo Civico di Galatina.

Nei giorni scorsi ho visitato il bel Museo, allestito nelle sale del fu convento dei Domenicani (Palazzo della Cultura, Piazza Alighieri – Galatina), e scopro che il ritratto non è immediatamente visibile in quanto dovrebbe essere in una teca contenente un faldone aperto sul ritratto di Maria D’Enghien. Chiedo delucidazioni al personale del Museo ed una gentilissima addetta mi spiega che molti dei ritratti del Cavoti sono stati pubblicati nel volume “Pietro Cavoti – I ritratti degli illustri Salentini” a cura di Luigi Galante e Giancarlo Vallone – ISBN 978-88-96943-51-9). In effetti il ritratto è riportato nel libro ed indicato essere catalogato in Alb. 4860 – Inv. 4927.

Ritratto di Messer Nuzzo Andrano – Opera di Pietro Cavoti – Museo Civico di Galatina (LE)

Dallo stesso libro si legge di Nuzzo Andrano si parla nel “Regis Ferdinandi primi instructionum liber” di Scipione Volpicella (1859), una raccolta delle “istruzioni” che il Re Ferdinando Primo ha dato ai suoi ambasciatori. Riporto qui di seguito le pagine relative per evidenziare come sono andati i fatti e non ultimo perchè la lingua che parlava il Re delle Due Sicilie alla fine del ‘400 è incredibilmente simile al dialetto Salentino odierno!

Instructione al Mag.o M. Francesco de Montibus(1) per l’andata sua in Turchia

Messer Francesco, ultra quello vi havimo commisso per altre instructioni che habbiate da fare in questa vostra andata in Turchia, Volimo che con quelli boni modi, quali conoscirete essere più espedienti, facciate intendere a quel Ser.mo Gran Signore, como la Santità del Nostro Signore continuamente have travagliato per havere in suo potere lo fratello de esso Gran Signore, non mancando offerire buona quantità di denari, et anco di fare Cardinale lo fratello del gran Maestro de Rhodi, et che de presente senza alcuna necessità have facta lega con Venetiani, li quali poi dicta liga hanno comensato ad ponere in ordine l’armata, che non se po pensare a che effecto la facciano, se pure non temessero l’armata si fa per esso Gran Signore, overo sperassero havere decto fratello, et quello favorire una con dicta Santità ad offendere lo stato del predecto Gran Signore o vero  pensassero de offendere lo stato nostro, essendo certi che nui mai concurreriamo con loro ad aiutare lo fratello de ipso Gran Turco a cosa alcuna che volesse tentare contra la Soa Serenità, perchè ne lo animo nostro è non voler altro Signore in quello Stato che la Serenità Soa, pur che quella ce voglia per amico, et fare quella stima de nui che nui facimo di essa, facendoli intendere che, havendo ipso Gran Signore l’amicitia nostra, po stare ben securo di non essere offeso da alcuna potentia de Christiani, per havere nui lo stato in tal manera conditionato, che qualsivoglia potentia cercasse offenderegli saria necessitata havere da noi lo passo et vectuvaglie, senza le quali nessuna impresa se può pigliare, per forma che se Soa Serenità stringerà l’amicitia nostra li renderà buon cuncto, et cognoscerà grandissima differentia da la amicitia de uno Re, quale extima l’honore, ad quella de una communità che naturalmente prosegue la utilità. Nui non havimo facta questa offerta più presto, acciocchè sua Serenità o altri non si havessero persuaso, che la havessimo facta per trovarce in necessità, come lo era lo anno passato, che alcuni delli nostri Baroni erano deviati della fidelità et obedientia nostra. Ma la fàccimo de presente, che per grazia de N. S. Dio havimo in tal manera assecurate et assectate le cose del nostro Regno. Che mai se ne possette stare co lo animo più securo et quieto che stamo nui, et staranno li nostri successori, come ad vui è ben noto, et li porrite fare particulamente intendere. Et vedendo vui che il predecto Gran Signore voglia l’amicitia nostra, procurarite che Sua Serenità faccia tal demonstratione, che tanto li Soi subditi quanto omne altro conoscano la sua buona voluntà; chè nui dal canto nostro farrimo el simile, et mandarìmo delli nostri a commerciare et far faccende in lo suo dominio, come sua Serenità porrà mandare delli sudditi soi ad questo nostro Regno, del quale porrà havere grandissima comodità de tutte le cose che ce sono. Similmente dirrete ad ispa Serenità, come nui facimo ponere in ordine la nostra armata, per stare provisti, et per fare conoscere a chi cercasse dispiacere, che havemo modo non solum prevalere de loro, ma di offenderli, et anco per possere iovare agli amici quando lo bisogno lo cercasse. Cossì ancora dirrite ad Soa Serenità, che havimo pur havuto piacere che habbia mandati questi soi ad sollicitare lo mandare ad ipsa del nostro Ambasciatore, quale più tempo haveriamo mandato, se non havessimo voluto vidère lo essito delle cose nostre con dicti Baroni, per posserli dare particulare avviso de tutto quello è sequito, de che al presente sìte bene informato, et ne possìte plenamente ragionare. Volimo ancora, che da nostra parte rengratiate infinite volte detta Serenità, che, essendo stata recercata dalli predetti baroni che li volesse dar soccorso, per nui lo abbia voluto fare, che è stata demonstratione de buono amico; per il che, et anco per altre raggioni, li facimo fare la sopradetta offerta, et la certificamo che, se una fiata Soa Serenità de desponerà, che la amicitia nostra, le opere nostre et delli nostri parentisaranno de tal natura, che se trovarà più contenta di questa che di qualsivogli aamicitia habbia mai avuta. 

Dat. Neap.XVIII Martij 1487 – Rex Ferdinandus – Francesco de Montibus –Abbas Rugius.

  • Francesco de’Monti fu primo figliuolo di Colantonio signore di Corigliano e luogotenente della regia camera della Sommaria. Nella guerra d’Otranto al 1481 fu prigione de’Turchi. Conchiuse la pace tra re Ferdinado ed il Turco. Il dì 5 dell’Aprile del 1484 divenne capitano d’Otranto in pace ed in guerra. Fu oratore dei re di Napoli d casa d’Aragona presso il re d’Ungheria, il sommo pontefice e l’imperatore Massimiliano. Il dì 8 del Febbraio del 1497 diventò ciamberlano e consigliere di Massimiliano imperatore, e n’ebbe il dì 15 dell’agosto del 1500 la facoltà di creare sì egli e i suoi successori cinque cavalieri per anno. Ebbe a moglie Giacoma Monforte. Morì in Pordinone nel Friuli.

Rex Siciliae ec.

Alia eidem pro eadem causa.

Lo che vui, Messer Francesco de Montibus Ambasciatore nostro, che de presente mandamo al gran Turco, havete fare et essequire in quelle parte de Turchia. Che in primis in virtù de nostre littere credentiali, ionto alla presentia di quello Signore, poi li debiti saluti et conforti, ve congratularete per parte nostra della salute, solertia et prospero stato della Serenità Soa, dello quale ne allegriamo non meno che del nostro proprio, como bono amico che li simo et volimo essere, facendoli ample offerte delle cose nostre, che simo disposti compiacere la serenità Sua in omne cosa li fosse grata per lo amore li havemo et per conservare la mutua amicitia: et in signo del vero amore et amicitia predicta li dirrite che nui li mandamo delle cose nostre ad presentare, benchè siano piccole a tanto Signore; ma ne voglia pigliare la buona voluntà nostra.

Appresso li dirrite che, si nui non havimo così presto mandato lo Ambassatore nostro alla Serenità Soa, come quella per el nostro Ambassator Nuzo de Andriano ce declarò, la raggione è stata, perché la Maestà nostra era occupata in reducere el Regno nostro in pace et reposo, et li Baroni inobedienti et rebelli alla debita obedientia nostra, como per gratia de Dio havimo facto, et per posserlo mandare con felice et bone novelle della victoria nostra, perché Sua Serenità como buono amico se ne dovesse et possesse allegrare, et che vui serrèssivo più presto partito, se non che hebbemo nuova de la venuta de lo Ambassator suo, parendone debita cosa spectarlo.

Et considerato che decto Ambassatore et quillo altro che ultimamente venne per parte del dicto Gran Signore ne hanno sollecitato a dovervene mandare, perché Sua Serenità è contenta et ben disposta de confirmare la pace, volìmo li dicate, che dal di nui fecimo et firmammo dicta pace sempre dal canto nostro la havimo tenuta et tenimo per buona ferma et secura, et così ne havemo facta omne vera et optima experentia, perché li havimo observata nostra fede et promesse secondo li capitoli di dicta pace; chè alla venuta delli Ambassatori soi quando facimmo pubblicare dicta pace nui facimmo liberare più de settecento Turchi fra iannizzeri et altri, et dopo li rendemmo quelle bombarde grosse, et ultimo loco li liberammo et mandaimo più di 200 schiavi, fra li quali Turchi ce ne foro alcuni facti Christiani et schiavi nante la guerra d’Otranto, benchè nante de dicta pace fecimo liberre Solimè Basà mandandolo a dicto gran Signore; si che sua Serenità ha visto che per nui non ha mancato fare omne cosa necessaria del che toccha a nostra Maestà per observantia di dicta pace. Non dimeno per satisfare alla istantia de Sua Serenità, et che tanto più sia be stretta et firma, ve mandiamo per confirmarla.

Se per ventura dicto Gran Signore o li Bassà dicessero havere informatione, che in Napoli o in altre parti del Regno ce siano dellidetti schiavi Turchi non liberati, et che lo Ambassator suo de presenti habbia recercato la liberatione de alcuni pochi che se trovano in Napoli, potrete dire che, come nostra Maestà ha liberato tanti schiavi turchi, cossì haveria liberati questi pochi, ma non è stato possibile, perché li patroni loro, parenti di alcuni schiavi Christiani che sono in Turchia, non volevano liberarli se non havendoli poi, et a Nostra maestà pare con honestà non denegarlo.

Porrìa occorrere che dicto gran Turcho volesse in tutto l’Arteglieria soa, et che sotto nome de Arteglieria intendesse non solamente le bombarde ià rendute, ma etiam quelle altre che lui ha vera informatione sono restate et sonno in Otranto, con archibusci, zarbaciane et eztiam archi, flexe, puluere et dinari, et robe tolte di Turchi, quando uxero da Otranto. Però in questa parte risponderete, che iuxta li capituli della pace Nostra Maestà non è tenuta de restituire altro, che le dette bombarde grosse et li schiavi, come se è observato, et che essendo che Messer Antonio Gazo2 nostro Ambassatore in la Porta del dicto Gran Signore, a la partensa Sua Serenità declarò non volere altra artegliaria che le decte bombarde grosse, et questa conclusione fu presa on li Bassà, et decto Gran Signore non può con ragione né deve domandare altro che quello che è stato per nostra Maestà observato, come havimo dicto.

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